MEMORIE DELLA SICILIA MUSULMANA di Tommaso Aiello *

I lions in questi ultimi anni hanno avuto una particolare attenzione verso i problemi culturali e in particolar modo verso la salvaguardia dei beni culturali della nostra isola.

Già con Francesco Salmè si ebbe un impulso notevole con la creazione dell’ ”Addetto alla tutela del patrimonio artistico della Sicilia” (responsabile il sottoscritto), ma fu col Governatore Salvatore Giacona che fu creato un Tema di studio distrettuale dal titolo quanto mai ambizioso: Progetto Lions Sicilia, l’Isola che c’è.

Una sfida da vincere insieme. Anche questa volta mi fu affidato il tema “Beni culturali e ambientali”.

Sull’onda del successo del tema generale, il Governatore Franco Amodeo volle ripetere l’esperienza suggerendo come tema di Studio Distrettuale: Sicilia: l’isola da amare, che diede come frutto una preziosissima pubblicazione, curata da Giuseppe Catanzaro e Zaira Navarra, che valorizzò la Memoria storica delle nostre radici.

Così anche il nostro attuale Governatore Giuseppe Scamporrino ha voluto continuare questa tradizione presentando come Tema Distrettuale: Progetto Lions Sicilia, che prevede lo sviluppo delle seguenti tematiche: La valorizzazione e la promozione del territorio, Le nostre radici: Storia, arte, cultura e tradizioni e il Barocco Siciliano, un patrimonio da proteggere e valorizzare.

Carta della Sicilia secondo il geografo Idrisi.

A questo punto mi sembrava doveroso, anche perché in passato ho contribuito notevolmente allo sviluppo del concetto di salvaguardia dei beni culturali e ambientali, occuparmi di una tematica che forse è stata un po’ trascurata: La presenza dei Musulmani in Sicilia. Diciamo subito infatti che in un certo periodo storico la Sicilia è stata musulmana. La cosa è risaputa e fa parte di quelle memorie che servono a fondare una certa idea di sicilianità: l’isola delle invasioni, delle tante dominazioni,ma anche l’isola, come ricordava Sciascia, di una peculiare arte del vivere, di coltivare la terra, di sognare ed essere tolleranti. Immagine forse un po’ stereotipata, ma che ha avuto una certa fortuna, specie oggi che il ricordo della Sicilia musulmana sembra trovare una nuova attualità.

I motivi di questo risveglio d’interesse sono molti e per lo più comprensibili: in quel ricordo si specchia un presente fatto di nuovi e complessi rapporti col mondo islamico, ma anche la ritrovata centralità strategica del Mediterraneo, spazio con cui l’Europa deve fare sempre più i conti e che sembra sommare in sé tante delle attuali tensioni politiche, culturali e religiose.

E di là da improbabili paralleli tra la storia attuale e un lontano medioevo, val dunque la pena di ritornare ad occuparsi di un mondo ormai antico che ha, però, molto da dirci sui rapporti tra società differenti e sui complessi meccanismi che contribuirono a creare nuove identità culturali e politiche.

Eravamo nell’anno 827 quando cominciò la conquista musulmana.

Anche il Mediterraneo di quei tempi lontani stava assistendo a drammatiche trasformazioni. Verso la fine del secolo VIII la Sicilia guardava a Oriente, verso Bisanzio, e a Nord, verso Roma:era una terra di confine per i soldati dell’imperatore e per la chiesa, in un gioco di equilibri che sarebbe durato ancora poco. I primi segnali di cambiamento giunsero dall’Africa settentrionale, diventata ormai parte del mondo islamico,e furono soprattutto attacchi navali.

Fu così che la conquista cominciò, nell’anno 827: un ennesimo attacco navale che questa volta, però, portava in Sicilia un esercito.

La storia che segue è lunga e complessa: per più di due secoli l’isola divenne parte dello spazio geografico e politico islamico: legata alla Spagna, all’Africa e, di lì, al più vasto oriente.

Un’area unitaria non solo per i geografi, ma anche per i mercanti, per i giuristi, gli uomini di cultura musulmani e persino per i cristiani ed ebrei che vissero a quel tempo sotto l’Islam. Sappiamo meno di quanto vorremmo riguardo a quello che l’isola divenne quando si chiamò, in arabo, Siqiliyya.

Sulla scorta delle fonti disponibili, possiamo ragionevolmente immaginare una società mercantile fortemente urbanizzata, dove il potere era fondato più sul lignaggio e meno sulla terra.

La Zisa, in arabo al-Aziza, ovvero la splendente.

Lì si trovavano gli uomini di legge; lì si trovavano le istituzioni e le strutture fondamentali per la vita della comunità, simili, presumibilmente, a ogni altra città del mondo islamico: la moschea, la scuola (madrasa), il bagno pubblico (hammàm), il mercato (sùq), ma anche, discostati dalla zona pubblica, la sede del potere locale che solitamente includeva la residenza del governante e gli uffici dell’amministrazione (dìwàn).

Fuori dalle città fiorì un’intensa attività agricola: nuove tecniche di irrigazione e conseguente miglioramento delle coltivazioni di canapa, cotone e ortaggi. E anche se l’introduzione degli agrumi nel Mediterraneo risale – seppure in forme sporadiche- già al periodo romano, vi fu sicuramente un’intensificazione con l’arrivo dei musulmani; soprattutto per quanto riguarda la coltivazione di una specie amara di arance (naranj, dal nome persiano) e dei limoni importati verso il X secolo dall’India e diffusi nel Mediterraneo attraverso le vie commerciali che facevano capo all’Iraq e all’Egitto.Soprattutto, con l’Islam entrò in Sicilia una società composita, fatta di conquistatori arabi, ma anche di soldati berberi e mercanti levantini; e tutto questo si fuse, più o meno facilmente, con l’altrettanto composita società che già abitava l’isola: precedenti dominatori bizantini, proprietari terrieri di origine romana, monaci seguaci del rito greco o di quello latino e, naturalmente, ebrei.

I normanni non cancellarono la storia araba nell’isola.

Purtroppo le fonti a noi rimaste, arabe o latine che siano, sono scarse e ci lasciano solo intravedere l’immagine di quel passato complesso e affascinante.

Aiuta non poco l’archelogia, che soprattutto in questi ultimi anni ha contribuito a recuperare i segni, spesso nascosti o quasi cancellati, del passato islamico: tracce di moschee, di fortificazioni o di bagni turchi, molte volte per giunta sovrapposte a successive strutture cristiane, in una lenta e complessa stratificazione di storie che ha molto a che vedere col carattere stesso dell’isola.

Il mondo arabo di Sicilia, peraltro, non terminò con la sconfitta dei musulmani. Non è un caso infatti che la quasi totalità delle vestigia arabe di Sicilia appartenga in realtà al periodo normanno (sia cioè successiva al 1061).

È l’ennesima dimostrazione, anzi, di quanto conti la posizione geografica: non solo i nuovi dominatori guardarono infatti al passato della Sicilia riutilizzandone molti elementi, ma continuarono a usufruire della rete di legami mediterranei del mondo musulmano che li circondava.

Fontana in stile arabo situata nel chiostro del duomo di Monreale.

Il fatto che entrambi risalgano al tempo di Ruggero II (1130- 1154), fondatore del regno, la dice lunga sulla rilevanza che il portato culturale del mondo musulmano dovette avere per i nuovi signori di Sicilia. Difficile, forse inutile, stabilire quanto della memoria islamica rimase nella cultura, nella tradizione e nell’identità siciliana. È il problema di partenza che in questo caso conta: quell’essere in bilico tra mondi differenti che fu proprio di tanti conquistatori dell’isola: arabi, normanni, svevi…quel problema che ora, anche se con tutt’altro segno, si pone a tutti coloro che sulle coste del Mediterraneo continuano a vivere.

Nei dipinti della Cappella palatina, negli archi orientali della Zisa, nelle cupole di San Giovanni degli Eremiti, c’è tanto del nostro comune passato e, come al solito, molto del nostro presente.

Non si tratta di ricostruire un mondo ideale di concordia (che sicuramente non c’è mai stato), quanto di comprendere i segni e i meccanismi di una geografia e di un passato che ancora ci appartiene, sapendo che il Mediterraneo, quello della vera onesta condivisione di culture, è ancora tutto da costruire.

*Vice-Direttore della rivista distrettuale “Lions Sicilia”.


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