LE PIANTE NELLA FLORA SPONTANEA DELLA SICILIA di Francesco M. Raimondo *

Nell’ambito del più grande fra i regni floristici definiti da vari fitogeografi, quello oloartico occupa circa la metà delle terre emerse. Esso abbraccia tutta l’Europa, il Nord Africa, l’Asia extratropicale e quasi tutto il Nord America. Il grande botanico e fitogeografo armeno, Takhtajan, scomparso recentemente, suddivide il regno oloartico in tre sottoregni: boreale, tetiano e madreano. Il sottoregno tetiano, o mediterraneo antico, si estende dall’America occidentale e centrale alla Macaronesia, a tutto il territorio mediterraneo fino allo spazio del Gobi, nell’Asia centrale. Esso viene a sua volta distinto nelle regioni macaronesica, mediterranea, saharo-araba e irano-turaniana. Il sottoregno boreale, il più esteso dei sottoregni oloartici, invece, consta di quattro regioni: la circumboreale, l’asiatica orientale, l’atlantico-nordamericana e quella delle Montagne Rocciose. La regione circumboreale è la più grande in assoluto, includendo l’Europa extramediterranea, l’Anatolia settentrionale, parte del Caucaso, gli Urali, buona parte della Siberia, alcune grandi isole del Pacifico settentrionale, la maggior parte dell’Alaska e parte del Canada. I sottoregni boreale e tetiano vengono in contatto nelle rispettive regioni circumboreale e mediterranea. Delle due; quella che risulta notevolmente impoverita biologicamente è la circumboreale che, almeno nella sua parte europea, ha subito i distruttivi effetti delle glaciazioni ovvero del raffreddamento del clima verificatosi all’inizio della nostra era.

Al contrario, per certi aspetti, la regione mediterranea esce dai medesimi eventi geoclimatici arricchita grazie alle migrazioni verso sud della flora arcto-terziaria, i cui elementi poterono occupare nuove stazioni, in parte delle quali finirono per rimanere segregati venendo a costituire quegli elementi che oggi interpretiamo come relitti di diverso significato fitogeografico.

Quale peso abbia il contingente boreale nell’attuale assetto floristico della regione mediterranea non è stato sufficientemente chiarito se non per alcune aree sottoposte a mirate analisi corologiche. Tra le flore sottoposte a tale analisi rientrano quella sicula e quella dell’Africa mediterranea; su di esse è stata quantificata percentualmente l’incidenza dell’elemento boreale.

Per quanto riguarda la flora vascolare, generi tipicamente legnosi espressivi del. sottoregno oloartico in Sicilia sono: Pinus, Abies, Quercus, Betula, Alnus, Carpinus, Populus, Salix, Fraxinus, Ulmus, Tilia, Celtis, Ostrya, Cornus, Prunus, Crataegus, Pyrus, Malus, Sorbùs, Lonicera, Viburnum, Sambucus e Rhamnus.

Le affinità tra la regione mediterranea e quella circumboreale, per quanto concerne la flora legnosa, sono date dalla copresenza dei succitati generi, ed è fitogeograficamente rimarchevole il fatto che varie specie di essi, proprio in Sicilia, raggiungono il limite distributivo meridionale.

All’interno della regione floristica mediterranea, Fenaroli e Giacomini, nel volume dedicato alla flora della collana Conosci l’Italia curata dal Touring Club Italiano nei trascorsi anni ’60, collocavano la Sicilia nell’ambito della provincia ligure-tirrenica. Con le piccole isole e l’arcipelago maltese, il suo territorio veniva a costituire il distretto siculo, distinto nei settori: siciliano (comprendente a Nord l’isola di Sicilia, Ustica e le Eolie, ad Ovest le Egadi) e pelagico-maltese (comprendente Pantelleria, le Pelagie e le isole di Malta e Gozo). Di recente, per lo stesso territorio, sono state proposte due altre diverse ripartizioni fitogeografiche. Brullo e collaboratori definiscono un “dominio siculo”, unità fitogeografica nella quale individuano due settori: l’eusiculo e il pelagico. Il primo viene distinto in 4 sottosettori: il nord-orientale con i distretti madonita, nebrodense, peloritano, etneo e eoliano; l’occidentale con i distretti drepano-panormitano ed egadense; il centrale con i distretti agrigentino e catanense; il meridionale con i distretti ibleo e camarino-pachinense. Il settore pelagico viene semplicemente ripartito in 4 distretti: cosirense, algusico, lopadusano e melitense. Recentemente, per il contesto strettamente italiano e quindi con esclusione delle Isole maltesi, Pedrotti semplifica la ripartizione fitogeografia del territorio siciliano, distinguendolo intanto come “provincia della Sicilia” con una suddivisione in 7 settori: Etna, Nebrodi-Madonie, Collinare siciliano, Costiero siciliano, Isole Eolie, Isole Egadi, Isole Pelagie e Pantelleria. Nelle tre ripartizioni cambia l’approccio: più sintetico ma efficace il primo; più analitico e tuttavia basato su relazioni floristico-tassonomico il secondo; verosimilmente ispirato a criteri sia geografici sia ecologici, il terzo.

Probabilmente, quanto evidenziato ha scarsa relazione con l’organizzazione biogeografia della flora sicula e della sua componente nativa in particolare. Riguarda, invece, la corrispondente pecularietà dei processi di endemismo e i rapporti genetici fra le sue varie espressioni. Riflette, altresì la cronologia geologica e la diversità di suolo e di clima, i diversificati contatti con i settori delle tre masse continentali convergenti nel Mediterraneo, particolarmente l’Europa e l’Africa.

In funzione della sua antica civilizzazione e del suo interesse naturalistico, il territorio e la sua flora figurano tra quelli meglio esplorati nel bacino del Mediterraneo. La flora vascolare, secondo un recente catalogo, integrato nel 2009, è espressa da circa 3300 taxa specifici ed infraspecifici. La componente esotica, avventizia e spontaneizzata, vi incide per circa il 10%.

In essa, l’endemismo incide con circa il 14%; vi figurano anche elementi a distribuzione puntiforme; dunque, in molti casi minacciati.

Dal punto di vista biogeografico, oltre al contingente endemico, nella flora vascolare siciliana hanno una marcata incidenza quelli mediterraneo e paleotemperato. Apprezzabili sono gli apporti dei phytochoria irano-turaniano, macaronesico, subatlantico, euroasiatico, centroeuropeo, circumboreale; i due ultimi costituiscono chiara testimonianza degli effetti dell’espansione glaciale nel Mediterraneo e dell’incidenza nell’Isola degli habitat montani da cui dipende la diversità fitoclimatica attuale.

Da quanto espresso, emergono due aspetti significativi dal punto di vista biogeografico. Da una parte, il contingente boreale dà un considerevole apporto alla struttura biogeografia della flora. Esso concorre nel definirne lo spettro corologico con il 12 % circa dei taxa. La sua incidenza è stata messa in relazione agli effetti dell’espansione glaciale nel Mediterraneo ed è valutata in funzione della presenza di relitti microtermici che oltretutto riguarda anche la componente briofitica come alcune specie di sfagni .

L’endemismo, invece, si distribuisce in tutti i gruppi tassonomici. Nelle pteridofite con Asplenium petrarchae e Isoetes todaroana, recentemente descritto; nelle gimnosperme con Abies nebrodensis e Pinus laricio subsp. calabrica. Rilevante è il contingente endemico nelle famiglie di angiosperme. In esse, sono particolarmente rappresentate: Asteracee, Graminacee, Brassicacee, Leguminose, Umbellifere e Plumbaginacee, quest’ultima con il genere Limonium in particolare. Fra tutti i generi, uno. Petagnaea nelle Umbellifere, è rappresentato da una sola specie endemica nei monti Nebrodi (P. gussonei).

Fra le specie legnose più rilevanti ricorrono l’olmo montano, il faggio, la rovere, l’acero montano, il pioppo tremolo. il salacone, e tante altre. Specie erbacee aventi lo stesso significato sono il ciclamino europeo, l’utricularia meridionale, varie carici, primule e felci come la felce femmina e l’ofioglosso.

Un panorama dunque molto diversificato dal punto di vista storico e biogeografico è quello che riflette la flora della Sicilia e nel 2010,.anno dedicato dalle Nazioni Unite alla Biodiversità, non si può sottacere il dato sconfortante che pone circa 1/4 delle specie della flora siciliana nella lista delle piante minacciate. Le cause sono varie e non è qui il luogo per esaminarle. Tuttavia, va ricordato che la politica della conservazione ha bisogno di un approccio più scientifico e soprattutto non può essere attuata a costo zero, così come si va prospettando. Né, tantomeno, la gestione delle risorse biologiche può prescindere da un’azione di governo dei processi ecologici che devono assicurare un positivo risultato. In una parola, istituire un parco o una  naturale non basta: è solo un punto di partenza. Il governo del territorio non può essere garantito, almeno in una regione popolata da millenni, escludendone l’uomo.

* Professore ordinario di Botanica nell’Università di Palermo e Presidente della Società Botanica Italiana


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