DA GARIBALDI A MARSALA, AL…MARSALA GARIBALDI di Diego Maggio *

Ho ancora negli occhi i tiepidi sbandieramenti (soffiava lo scirocco, quel giorno) delle variopinte scolaresche nel giorno delle celebrazioni per il centocinquantenario dello Sbarco di Garibaldi.

Quasi contagiato da un presagio, ho dischiuso la serranda della mia finestra (che si affaccia davvero) sul porto di Marsala, in cerca di reprobi o di naufraghi sulla banchina.

Mi ha attraversato la memoria il racconto che mio nonno mi faceva del tozzo di pane che suo nonno diede ad uno dei Mille in camicia rossa, quel sabato 12 maggio 1860. E ho immaginato che – come in un “deja vù ” generazionale – anch’io mi sarei commosso e avrei sfamato qualche contrito epigono della Prima Repubblica che, da qui, avrebbe risalito e riunificato l’Italia.

In fondo – ho pensato – da casa mia, Hammamet dista non più che un tiro di schioppo … e fu proprio Bettino, in un tripudio di garofani e di improvvisati garibaldini, a posare la prima pietra di un monumento che da  oltre un decennio langue proprio nel luogo dello storico Sbarco: ruggine e rimorsi, orgogli e imbrogli, storie e scorie!

Ma non c’è alcuna folla sul nostro molo, oggi: i soliti sparuti e attristati pescherecci attraccati, il consueto panorama domenicale di rade coppiette e qualche mamma col pupo. Desolazione piuttosto che quiete. Solo un ricordo le navi cariche di vino. Decisamente più frequentato l’aeroporto del low cost (ora ambìto da un’Alitalia pentita di antichi snobismi), approssimativa la ferrovia (trascurata perché non procura consensi elettorali),  distanziata l’autostrada da improbabili “bretelle” di scorrimento … lento.

Guardarmi attorno mi rinfocola i pensieri sul nostro passato comunque glorioso e il presente di crisi reale e non certo piagnona.

Mentre la laboriosa Padania pone ormai la “questione settentrionale”, noi si ha quasi il pudore, quando non la stanchezza di rivendicare il giusto riequilibrio, la vera “par condicio“, il bilanciamento delle opportunità.

Queste cose le rimuoviamo spesso dalle nostre occupazioni quotidiane, salvo a constatare che i Governi della Seconda Repubblica considerano e trattano il Sud come un’appendice fastidiosa, una palla al piede che frena il decollo verso l’Europa.

No, non ci servono più i colonizzatori, rifiutiamo le assistenze e le stampelle.

Vogliamo poter camminare con le nostre gambe, da Italiani in una federazione europea che tratti la Sicilia come la Baviera, l’Andalusia o l’Alsazia, assicurando a ciascuna “regione” di poter gareggiare alla pari con le altre, eliminando le diseconomie e gli handicap.

Ne parlai, anni fa a Indro Montanelli intervenendo ad un Convegno (dal titolo “Chi guadagna e chi perde a spaccare l’Italia”) del “suo” Giornale.

Ricordo che esordii con la strofa di quel cantautore partenopeo: “Siamo meridionali e camminiamo a piedi: dateci il tempo di arrivare…”

Ma prima di pietìre tolleranze per la nostra lontananza o rivendicare orgogli per le nostre latitudini, consideriamo non essere sufficiente che la Sicilia sia (come naturalmente è) a tutti equivicina nel Mediterraneo. E’ necessario farla divenire l’epicentro pulsante di tale area: una terra di convivenza, solidarietà e legalità, ponte fra le culture dell’Europa, dell’Africa, del Medio Oriente. Con un ruolo di isola centrale nella comunità dell’arcipelago euro-mediterraneo.

Tutto dipenderà da ciò che noi stessi saremo stati capaci di produrre e realizzare: potremo rimanere una regione “soltanto” al centro geografico del mare nostrum – collocazione meramente naturale a prescindere da qualunque merito – oppure potremo diventarne il cuore economico, sociale e politico.

Siamo il cuore dell’italianità, dopo esserne stata la culla.

Non dimentichiamo che l’Italia ci deve molto, proprio in termini di unità.

Infatti, è da ritenere non casuale la scelta operata da Garibaldi (salpato da Genova-Quarto con i bastimenti Piemonte e Lombardo concessi dalla Compagnia “Rubattino”) di far sbarcare proprio nel porto di Marsala (per di più, davanti agli stabilimenti vinicoli) i suoi Mille, venerdì 11 maggio 1860.

Dunque abbiamo appena celebrato, mesi addietro, alla presenza del Capo dello Stato, il 150° anno da quell’evento che segnò l’inizio di un’epopea conclusasi con l’unificazione del nostro Paese il 17 marzo 1861.

E, a comprova dello stretto legame che ancora ci unisce al condottiero delle Camicie Rosse, abbiamo tramandato fino ai giorni nostri l’acronimo G.D. (Garibaldi Dolce) per indicare quel Marsala che tanto piacque all’Eroe dei due Mondi: averlo noi redento dalla sua condizione di astemio, fu il nostro modo per ricambiargli il favore di averci lui liberato dai Borboni.

L’importanza di tale ricorrenza e la valenza del prodotto che nell’immaginario collettivo ha introdotto il concetto “vino/città” – peraltro tenendo da solo la bandiera del made in Italy per oltre un secolo – ben giustificano la proposta (lanciata nel mio libro “Ragioni e sentimenti nella Sicilia del vino”) che il Marsala venga dichiarato vino dell’unità d’Italia.

Ora, i Lions di questo Distretto hanno il diritto di vivere anch’essi – e con il carisma del servizio – questo anniversario a cifra rotonda.

Il Governatore, Pippo Scamporrino, mi ha delegato a sottolinearlo.

Vorrei interpretare tale incarico prestigioso, però, pensando non al passato remoto, ma a quello prossimo. E ciò, nella convinzione che poco o punto i contemporanei percepiscono i grandi personaggi di un secolo e mezzo addietro.

Più facile è la presa che sulla nostra memoria hanno gli “eroi” più recenti: da Aldo Moro a Carlo Alberto dalla Chiesa, da Primo Levi a Rosario Livatino, da Salvo d’Acquisto a  Giovanni Falcone, da Libero Grassi a Paolo Borsellino.

Questa ricorrenza avrà più senso se ricordiamo questi autentici martiri dell’Italia unita, perché essi ricordano il rapporto che ciascuno di noi ha con la collettività, in una fase storica di dirompente individualismo.

Perché nobilitano la dignità del nostro Paese, troppo spesso attaccato al gusto dell’autodenigrazione.

Perché rammentano a tutti noi che l’Italia esiste ed è una. Che l’Italia è nostra. Che c’è chi ha sofferto e si è sacrificato per farla o per mantenerla.

Perché una memoria condivisa è la condizione per qualsiasi legame presente.

* Delegato per la Celebrazione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia



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